Ugo Sbisà, note di copertina del disco "Kind Of Magic"

 

Sin dai suoi primi passi nel mondo del jazz, Cinzia Eramo non ha avuto dubbi, scegliendo di ritagliarsi addosso il ruolo di cantante fuori dai canoni della tradizione. Nel senso cioè che, pur avendo approfondito e assimilato la lezione delle grandi voci del cosiddetto mainstream jazz, ha poi seguito la strada di una vocalità sempre più aperta ai “rischi” dell’improvvisazione totale, della contaminazione, pur senza mai recidere il legame con la strada maestra.

 

E se il suo primo cd, “Spontaneous Conversation”, costituiva una testimonianza importante di questa sua attitudine, le sue collaborazioni con Giorgio Gaslini o con l’orchestra Meridiana appaiono non meno significative. Questo nuovo disco rappresenta quindi un ulteriore passo verso la formazione di uno stile personale, al quale ha contribuito la presenza del pianista Gianni Lenoci, già al suo fianco in “Spontaneous Conversation”, suo mentore e maestro proprio nello studio della musica jazz.

 

E’ difficile infatti, scorrendo i titoli in scaletta, non cogliere il frutto degli insegnamenti e dei consigli di Lenoci nella scelta di autori come Abdullah Ibrahim, Carla Bley o Mal Waldron, a loro volta pianisti dalle personalità estremamente originali e compositori di temi suggestivi, ma certo poco frequentati dalle cantanti. Ma appunto, si diceva, questo non è, non può essere un problema di Cinzia Eramo, avvezza a frequentare gli improvvisatori e a confrontarsi con loro ben oltre i limiti e le convenzioni della semplice interpretazione.

 

Ascoltatela alle prese con “Olhos de Gato”, “Fire Waltz” o “The Seagulls of Kristiansund” – giusto per citarne alcuni – e scoprirete non solo una cantante ma una “jazz woman” di grande talento. E poi confrontate questi brani con il più consueto “Lonely Woman” di Horace Silver – peraltro colpevolmente poco eseguito malgrado il suo pregio – e vi accorgerete che vengono affrontati tutti con la stessa naturale spontaneità.

 

Se poi tutto questo non dovesse bastare, il disco propone anche quattro tracce – “Coughing”, “Mysteriously”, “Impatient” e “Teasing” – nelle quali la Eramo si confronta in duo con ognuno dei musicisti che l’accompagnano e si dimostra in grado di affrontare con buona disinvoltura anche un linguaggio più libero e aleatorio.

 

Non vi basta ancora? E allora, non ve la prendete: vuol dire che il jazz non fa per voi.

 

 

Ugo Sbisà, note di copertina del disco "Kind Of Magic" 2009

 

Pierpaolo Faggiano, www.allaboutjazz.com

 

Piccole gemme di una bellezza straniante. Rivelatrici, come lo sono queste (ri)composizioni di Cinzia Eramo e dei suoi sodali. Ellittici che segnano contorni, si intrecciano e si fondono con il presunto inizio e la presunta conclusione. L’allusività si frammenta, diventa segnale di una quieta indeterminatezza tant’è che la corporeità del suo insieme sembra riflettere l’accidentato e inquieto tracciato dell’esistenza. Del resto il carnet di Autori scelti come spiriti guida del lavoro parla chiaro. Musicisti consegnati alla Storia del Jazz per la loro scrittura evocatrice, l’intima capacità di raccontare la vita, di narrare il vissuto quotidiano, di fare politica.

 

Punta all’essenziale Cinzia, e questo piace. Non ricerca effetti pirotecnici per rivelarsi, piuttosto è incline alla scarnificazione perché tutto sia chiaro e senza finzioni. Nessuno spreco di parole, nessuna alterazione delle cose: il rigore è all’interno di una visione poetica comune, regolata da un pluralismo di spiritualità. E’ nel piluccare, chicco dopo chicco, che si dipana il discorso poetico del Quintetto, ora inquieto, ora rassenerato, riconducibile senza dubbio ad un senso del vivere quotidiano, con le sue contraddizioni e le sue lacerazioni. Poter godere di questo disco è uno dei tanti modi per uscire dallo stato di clandestinità al quale siamo condannati a vivere in un momento come l’attuale, che porta alla ribalta – “X Factor” docet - solo e soltanto l’effimero.

 

 

Pierpaolo Faggiano, www.allaboutjazz.com, 2009

 

Pierpaolo Faggiano,"PUGLIA IN JAZZ"

 

Il secondo e ultimo appuntamento jazz collocato nell’ambito della stagione concertistica “Fasano Musica” - il primo è stato uno Stefano Bollani “carioca” da tutto esaurito - poteva suscitare febbrili attese o forti perplessità. Le attese erano dovute ai nomi in cartellone: “il meglio” come si dice, del Jazz pugliese dell’ultima generazione, riunito per festeggiare sotto la guida autorevole di Roberto Ottaviano le 25 candeline della rassegna.

 

Le perplessità derivavano dal rischio che operazioni del genere portano con sé: quello che tutto si traduca in una jam session “casereccia” che lascia il tempo che trova. Nulla di tutto questo per fortuna e l’attesa è stata ben più che ripagata. “Puglia in Jazz” si è rivelato un progetto dalla forte identità che nel complesso ha messo in luce capacità di scrittura e solismi brillanti.

 

Per l’occasione Ottaviano ha cooptato Gianluca Petrella al trombone, Gaetano Partipilo al sax contralto, Andrea Sabatino a tromba e flicorno, Cinzia Eramo alla voce, Mirko Signorile al piano, Alberto Parmegiani alla chitarra, Giorgio Vendola al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria, tutti musicisti che ha visto crescere musicalmente. Ogni composizione ha lasciato trasparire il mondo interiore dell’artista, dando vita così ad un set dai toni variopinti.

 

E se Ottaviano continua a piacere per la sua capacità di costruire veri e propri affreschi sonori di raffinata policromia (suo era il modale “The Ghost”), Gaetano Partipilo ha lasciato il segno con il “suo” jazz poliritmico, frammentato, figlio dell’estetica M-Base (“Dark Chocolate”). Melodie eteree, sognanti hanno caratterizzato “Lydian Sound” di Parmegiani e “Piccoli labirinti” di Signorile, mentre la Eramo si è prodotta in un brano dal piglio contemporaneo, umbratile, tutto giocato su lenti crescendo e distensioni, messe a fuoco e ondivaghe divagazioni.

 

Il brano più intrigante dell’intero programma, quest'ultimo, intitolato - se non abbiamo capito male - “Deep Breath”. Sulla stessa lunghezza d’onda il brano, quasi un adagio mahleriano, di Vendola (“Incerto”). E’ scivolato addosso invece, senza lasciare traccia, il tema in stile Jazz Messengers, un po’ scontato di Sabatino (“First steps”). “A.R” di Accardi è piaciuto per i suoi vamps contagiosi e solari e la costante tensione ritmica.

 

La serata, oltre a festeggiare il compleanno di “Fasano Musica, era particolare anche per un altro motivo. Perché

in fondo alla sala ad assistere all’esibizione, c’era il trombettista fasanese Vincenzo De Luci, un talento che avrebbe fatto strada se i postumi di un grave incidente d’auto non lo avessero costretto da tempo ad abbandonare le scene. De Luci sta lentamente tornando alla vita ma non potendo più suonare si sta dedicando alla composizione. Sua era “Il suono e il sogno”, un tema onirico e sfrangiato arricchito da un testo narrativo (autobiografico) affidato alla voce della Eramo, che l’ensemble ha interpretato con profonda partecipazione.

 

 

Pierpaolo Faggiano, "PUGLIA IN JAZZ" Fasano Musica, 14 aprile 2008

 

Vincenzo Roggero, 10 CD nel cd-player di Cinzia Eramo

 

01. Jeanne Lee - Mal Waldron - After Hours (OWL - 1994)
Il lavoro contenuto in questo prezioso disco è una delle più alte incisioni in duo di cui possiamo godere. La scelta del repertorio, di respiro tradizionale, ci conduce in un viaggio musicale che sceglie di fare sosta su alcuni dei più attraenti capolavori della composizione jazz: Duke, Porter, Mingus, Rodgers & Hart, lo stesso Waldron rivivono nella voce e nel tocco pianistico di questi due maestri indiscussi.

 

02. Maria Joao - Sol (Enja - 1991)
Finalmente dopo notevoli ricerche sono riuscita a trovarlo: Sol. Tutta la passione e la prontezza vocale della Joao si mostrano in perfetta sintonia con le sue attuali scelte stilistiche che da sempre mi entusiasmano e mi affascinano. Particolarmente interessante il lavoro vocale presente nel secondo brano: "Quinta Das Torrinhas", un perfetto equilibrio fra linguaggio tradizionale e quella sperimentazione che spinge verso orizzonti in cui la musica trascende in assoluta bellezza.

 

03. Fred Hersch Ensemble - Leaves of Grass (Palmetto - 2005)
Fred Hersch ha musicato il capolavoro letterario di Walt Whitman. Il risultato è che la musica si è fatta poesia. Superbo l’ensemble.

 

04. Betty Carter - The Audience with Betty Carter (Verve - 1980)
Questo è uno di quei dischi che cambia la vita: non esagero, a me ha fatto capire tante cose sul ruolo e sul percorso che un leader, un compositore, un musicista/cantante deve sviluppare nella costruzione della sua formazione, nonché della sua carriera. Osare, senza timore... Fa tornare in mente concettualmente l’idea musicale di Charlie Parker: soffia, non fermarti, finché hai fiato...

 

05. Jackie Paris - Jackie Paris (Audiophile - 1981/1993)
Forse il suo nome non ci suggerisce molto, ma se dico che è la voce che Charles Mingus scelse per cantare la sua "Duke Ellington’s Sound of Love" allora l’enigma è ben presto svelato. "‘Round Midnight", "Everything Must Change" e "My Foolish Heart", alcune delle canzoni che preferisco vengono eseguite con una carica espressiva ed una sensualità, che non strizza l’occhio alla leziosità, ma che fa tornare alla mente Billie.

 

06. Jay Clayton - Live at the Jazz Valley (ITM - 1987)
Un capolavoro assoluto di tecnica e coscienza jazzistica, condita dalle travolgenti sonorità contemporanee che si insinuano in un terreno più che fertile.

 

07. Bob Curnow’s L.A. Big Band - The Music of Pat Metheny & Lyle Mays (Mama Foundation - 1994)
Il concetto è che la musica di Pat Metheny comunica direttamente con la sfera delle emozioni, e poche volte tradisce. Queste musiche esaltate dal portento e dalla magia della big band non possono che riempire il cuore di nuova linfa ispiratrice.

 

08. Rickie Lee Jones - Pop Pop (Geffen - 1991)

È stato uno dei miei primi CD. Le atmosfere velate da una leggera malinconia mista a fugace ironia rendono questo lavoro magico. Grandi i suoi partners Dino Saluzzi, Charlie Haden, Robben Ford, Joe Henderson ed altri ancora. Di grande impatto risulta essere anche la scelta dei brani, tutti standards riletti in una chiave molto personale e fresca.

 

09. Helen Merrill - Gordon Beck - Stephane Grappelli - Steve Lacy - Music Makers (OWL - 1986)
L’eleganza stilistica e concettuale del progetto si fa subito sentire in apertura con due esecuzioni di magica attrazione: "‘Round About Midnight" e "Sometimes I Feel Like a Motherless Child". La voce della Merrill densa di emozioni vive e vibranti e, l’inconfondibile suono del sax di Lacy hanno popolato il mio immaginario musicale (e lo continueranno a fare!) per anni, mostrandomi la perfezione e l’equilibrio assoluto nel gestire il suono ed il silenzio. Le loro produzioni discografiche sono perle.

 

10. Cassandra Wilson - Traveling Miles (Blue Note - 1999)
Un omaggio di raro splendore al grande Miles Davis. Fra composizioni originali firmate dalla Wilson, qui in veste anche di autrice, si dispiegano ritmiche e sonorità che riportano al Mississippi, come già intuibile ascoltando le parole della prima traccia “Run the Voodoo Down“. Magica e lunare la sua “Time After Time“. Imperdibile.

 

 

Vincenzo Roggero, 10 CD nel cd-player di Cinzia Eramo, www.allaboutjazz.com, 8 ottobre 2008.

 

Alceste Ayroldi intervista Cinzia Eramo

 

« Lavorando sui songs e sui temi della grande tradizione moderna, non ha imboccato la strada della consuetudine interpretativa, ma al contrario ha messo a fuoco una intesa estrema che ha permesso loro di trasformare questi "materiali di lavoro" in piccole gemme di "estraneazione" creativa, in brani autonomi impregnati di tradizione e di ricerca "futuribile" tutta europea, e più ancora italiana, mediterranea. » Giorgio Gaslini

Sono parole autorevoli che descrivono l'intenzione artistica di Cinzia Eramo, una giovane jazz singer pugliese.

 

A.A.: Una dottoressa in filosofia che fa la musicista: come ti sei accostata al canto e, in particolare, al jazz?
C.E.: In realtà mi sento una musicista che si è accostata per passione alla filosofia! Nel senso che mi sono rivolta alla filosofia, come una fonte esterna per capire meglio me stessa e ciò che mi circonda, invece la musica è in me, è lei che mi guida. Il jazz, poi è stato una folgorazione. Ho cominciato a cantare all'età di sedici anni seguendo le orme di quelli che erano i miei idoli, ovvero le grandi voci black americane: Whitney Houston , Aretha Franklin , George Benson , Dionne Warwick , Stevie Wonder etc.. Poi un giorno mio fratello Giacomo , musicista jazz anche lui, mi fa ascoltare una cassetta in cui era presente la registrazione storica dello standard How high the moon (Live in Berlin) cantato dalla sublime Ella Fitzgerald : lo imparo per bene, compresa naturalmente l'improvvisazione vocale, e mi preparo per la mia prima jam session accompagnata alla chitarra dal già noto Marco Losavio . Persevero in quella direzione e così, a diciotto anni comincio a studiare canto con Gianna Montecalvo , un incontro fortunato e speciale, la quale mi aiuta ad ordinare e realizzare le tante idee che attraversavano la mia mente.

 

A.A.: La tua impostazione è molto votata all'improvvisazione. Quanto è importante per te e quali sono le tracce fondamentali dell'improvvisazione?
C.E.: L'improvvisazione ricopre un ruolo rilevante nella mia inclinazione musicale. La trovo molto stimolante, perché esalta la mia creatività artistica e la traduce in suoni, rumori, sospiri, versi, grida, parole, sillabe, respiro. Ritengo sia una musica molto coraggiosa. È una composizione estemporanea, per cui è come trovarsi costantemente sul filo del rasoio, non sai dove arriverai, che strada prenderai, se non dopo averlo fatto, sai solo da dove vieni e quello che possiedi. Quello che accade poi fra i musicisti che improvvisano è un'alchimia. È un momento delicato e magico, in cui devi cercare di conciliare le tue esigenze solistiche con quelle collettive, che possono tuttavia cambiare il corso della tua esposizione e portarti ancora una volta su un campo totalmente estraneo. Improvvisare è comunque comunicare, ognuno ha una propria storia da raccontare, e lo fa utilizzando il proprio bagaglio musicale ed esistenziale! Bisogna ascoltare e lasciarsi ascoltare, per evitare di sovrapporre idee, suoni, soprattutto quando si è in pochi, dove c'è più rischio di eccedere e di ripetersi. È energia allo stato puro.

 

A.A.: Quanto incide nella tua vita professionale l'attività didattica? Ritieni che sia importante anche per una crescita professionale?
C.E.: Personalmente insegno da solo tre anni, per cui non posso tirare chissà quali conclusioni, tuttavia posso dire con certezza che l'attività didattica può essere importante per un artista, ma non fondamentale. Nel senso che insegnare ti può aiutare a fissare meglio dei concetti, a ricercare meglio il rapporto fra le cause e gli effetti, ti impegna a rispondere con coerenza ai tanti perché di un allievo, tuttavia ritengo che questo sia un percorso di ricerca che ogni professionista degno di tale nome debba fare, a prescindere dall'insegnamento. Senza tralasciare il fatto che insegnare poi non è proprio la cosa più semplice e naturale che ci sia, bisogna saperci fare!

 

A.A.: Il concerto più brutto a cui hai assistito…
C.E.: Beh, brutto è una parola grossa, meglio scontato e un po' troppo commerciale….. quello di George Benson due anni fa a Napoli.

 

A.A.: Che musica ascolti?
C.E.: In realtà ascolto tanta musica, in questo mi aiutano tanto anche gli allievi!! Mi piace attraversare tutti i linguaggi musicali senza pregiudizi, sicuramente dopo opero delle scelte, ma prima ascolto.

 

A.A.: La tua vocalist di riferimento…
C.E.: Se devo fare solo un nome rispondo Betty Carter , colei che ha rivoluzionato il linguaggio vocale jazzistico, intervenendo lì dove nessun cantante prima aveva osato. Il suo jazz prevedeva uno svecchiamento generale di tutte quelle componenti ritmiche, timbriche e di insieme, che difficilmente un cantante poteva sovvertire: più di un musicista bebop aveva attuato tale svecchiamento, ma pochi cantanti possedevano il carisma e gli strumenti per farlo. Per esempio, ha sperimentato nuove sillabe scat per improvvisare, naturalmente suggerite dalla sua musica (non a caso era soprannominata Betty Bebop), ha giocato con il tempo andando incontro a dilatazioni e poi ad accelerazioni vertiginose, persino l'armonia viene ridotta ai minimi termini e la voce ricama melodie fluttuanti che se pur note, si stenta a volte a riconoscerle. È stata la prima donna che per garantire la pubblicazione delle proprie produzioni artistiche ha messo su una etichetta discografica nel 1971 la Betcar , oggi la sua erede è Dee Dee Bridgewater . La prima donna talent scout che nel 1993 ha costituito Jazz Ahead Program , per promuovere la formazione e l'inserimento nel circuito newyorchese talenti del calibro di John Hicks , Mulgrew Miller , Dave Holland , Lewis Nash , Greg Hutchinson . Tutta la sua musica, sia quella composta da lei che l'esecuzione stessa degli standards, riflette la sua creatività e la sua voglia di andare oltre. Nessuna sua registrazione può passare inosservata anche a causa degli eccessi nei quali a volte cade, ma è importante rischiare, anche per questo è uno dei miei modelli per eccellenza.

 

A.A.: Dal tuo lavoro traspare chiaramente la tradizione musicale, seppur opportunamente rivisitata: quanto è importante per te la tradizione?
C.E.: La conoscenza della tradizione è fondamentale se la si vuole attraversare e poi superare. Ho appreso dalla filosofia i tre momenti della dialettica tesi-antitesi-sintesi che in realtà tornano utili nelle scelte di ognuno di noi: alla sintesi, che nella fattispecie sarebbe la mia scelta musicale, ci sono arrivata solo dopo aver conosciuto la tradizione e ciò che le è opposta. " Spontaneous Conversation " è mantenimento della tradizione ed insieme il suo superamento.

 

A.A.: Quanto ritieni sia importante avere visibilità negli Stati Uniti?
C.E.: Ritengo che sia molto importante, per chi come noi vive lontano da quei luoghi e da quelle atmosfere fare almeno un viaggio per assaporare quel qualcosa che né i dischi, né i tanti libri sul jazz possono darci. Poi essere addirittura visibili in America….non riesco neanche ad immaginarlo, sarebbe troppo bello….

 

A.A.: Sei stata finalista al prestigioso premio nazionale Massimo Urbani nonostante una concorrenza molto forte: quanto hai dovuto lavorare? Che difficoltà hai avuto?
C.E.: È stata una grande sorpresa anche per me, perché non pensavo di farcela, dico questo perché sono arrivata in finale non in concorso con altri cantanti, bensì con dei musicisti. Nella storia del Premio Massimo Urbani è stata la prima volta che un cantante è stato finalista nella sezione musicisti. Una bella responsabilità ed una grande soddisfazione. Sono arrivata nel gruppo dei primi dieci e poi addirittura negli ultimi sei. Mi è stata offerta una borsa di studio per i corsi estivi a Siena Jazz, ma la soddisfazione più grande per me è stata legata al fatto che sono riuscita a trasmettere alla giuria quello che sono, e che voglio che arrivi al pubblico. Queste sono state le parole espresse nel comunicato stampa da parte della giuria: Cantante dalle grandi qualità vocali e dalla tecnica molto personale, si caratterizza per un fraseggio quasi 'sperimentale' che sembra emergere in gruppo come quello di uno strumento. Davvero una voce che 'suona'. Mi riconosco perfettamente. Le difficoltà ed il lavoro non sono ricollegabili solo al periodo precedente il concorso, nel senso che lì ho portato tutto ciò che ho costruito negli anni, c'era sicuramente la voglia di fare bene anche perché era pur sempre un concorso e non una semplice vetrina.

 

A.A.: Il sogno della tua vita…
C.E.: Lavori in corso………

 

A.A.: Chi vorresti ringraziare?
C.E.: La persona con cui condivido sogni, aspirazioni, sconfitte e vita quotidiana! Poi la persona che mi ha trasmesso il coraggio di credere in me stessa e in quello che sento, il maestro Giorgio Gaslini.

 

A.A.: Chi non vorresti ringraziare?
C.E.: Tutti quelli che gravitano intorno al mondo del jazz, si nascondono dietro l'etichetta ed intralciano il cammino di tutti quelli che credono davvero nel jazz.

 

A.A.: L'ultimo disco che hai ascoltato? Ti è piaciuto?
C.E.: The Fred Hersch Ensemble " Leaves of grass " ispirato alla famosa raccolta di poesie " Foglie d'erba " di Walt Whitman. È pura musica poetica.

 

A.A.: Se ne avessi la possibilità istituzionale, che interventi attueresti in favore della musica? E cosa cambieresti dell'attuale sistema?
C.E.: La musica nelle scuole è spesso considerata un accessorio, nonostante la nascita di strutture come i licei musicali dove paradossalmente la musica, come tratto caratterizzante il corso, dovrebbe essere la materia più approfondita. La musica ha un grande potenziale creativo e di aggregazione, che andrebbe sfruttato al massimo anche e soprattutto a favore delle altre materie. Dico questo perché insegnando in una scuola privata, posso constatare giornalmente che il numero degli iscritti aumenta sempre più, e se questo accade è perché c'è una grande insoddisfazione per quello che la scuola pubblica offre. Credo anche che questo discorso vada fatto sia per la musica che per tutte le altre discipline artistiche, come la danza, la recitazione, la pittura, etc…Se potessi avere una carica istituzionale promuoverei l'arte in tutti i cicli scolastici, puntando sul fatto che favorire lo sviluppo della creatività porta l'allievo a rendere meglio nelle materie formative come la matematica, la storia, la geografia, la letteratura, la filosofia, le scienze.

 

A.A.: Da cosa traggono ispirazione i tuoi progetti?
C.E.: In realtà mi ispiro a tutto ciò che mi accade, a qualcosa che leggo, che vedo, che sento, che osservo, che vivo. Trovo che lasciarsi permeare da tutto ciò che viene sia fondamentale per creare tensione e movimento nel proprio discorso musicale, e penso che soprattutto nell'improvvisazione venga fuori tutto questo.

 

A.A.: Collabori con numerosi musicisti e in diversi progetti. Hai un progetto a cui tieni particolarmente?
C.E.: Naturalmente tengo tanto ai progetti che mi vedono anzitutto come leader, a tale proposito in questo momento ho deciso di allargare il duo, formazione del disco "Spontaneous Conversation" con il violoncellista Paolo Damiani, grande musicista ed eccellente improvvisatore. Spero sia l'inizio di una bella collaborazione.

 

A.A.: Che differenze riscontri, oggi, tra il jazz europeo e quello americano?
C.E.: Il jazz europeo nasce in una culla che non è New Orleans, non ha una storia che nasce dai canti degli schiavi…Non so se esista una definizione ufficiale di jazz europeo. Tuttavia penso che il jazz europeo come mistura fra l'energia delle radici africane, la tradizione europea e la musica colta contemporanea, oggi corra il rischio di discostarsi troppo dalla tradizione americana , andando sempre più incontro ad una musica popolare, etnica e dando luogo ad un fenomeno musicale, particolarmente attivo in Italia , che seppure voglia dare legittimità alla nostra tradizione musicale, poco ha a che fare con il jazz.

 

A.A.: Se dovessero offrirti una possibilità in ambito diverso dal jazz, l'accetteresti?
C.E.: Penso di no, per me il Jazz è una scelta e una sfida continua. Ma se me lo permetti ti giro la domanda: che cosa è diverso dal jazz, oggi? Il jazz oggi può contare su una contaminazione ed una integrazione di linguaggi tale che se da un lato può rappresentare un grande bacino di idee alle quali attingere per rinnovarsi, dall'altro questa varietà può confondere tanto da scambiare una ballata elegante, magari sanremese , in un brano jazz, addirittura anche le canzoni rock sono state arrangiate in chiave swing , basti pensare al progetto di Paul Anka , Rock Swings , ci sono anche vari esperimenti validi di musica classica riletta. Con questo voglio dire che tutto se vogliamo può essere letto in chiave jazz, ma così facendo si genera quella confusione, che porta molti a pensare che basti cantare ad es. " Mas Que Nada" o un qualsiasi brano swing o una bossanova per dire che si fa jazz. Ma la realtà è che il jazz è molto più che swing o bossanova, è molto di più...

 

 

Alceste Ayroldi intersta Cinzia Eramo, www.jazzitalia.net, 15 luglio 2006.

 

Premio Nazionale Massimo Urbani

 

"... la prestigiosa borsa di studio di Siena Jazz è stata assegnata alla cantante Cinzia Eramo, piacevole sorpresa del PMU 2005. La singer di Gioia del Colle ha infatti stregato con la sua splendida e personalissima tecnica vocale che le ha permesso di dialogare con la ritmica del trio come poche altre volte si era sentito da una cantante ... Cantante dalle grandi qualità vocali e dalla tecnica molto personale, si caratterizza per un fraseggio quasi 'sperimentale' che sembra emergere in gruppo come quello di uno strumento. Davvero una voce che 'suona'."

 

 

Premio Nazionale Massimo Urbani, Comunicato Stampa, settembre 2005.

 

Nicola Morisco, La Gazzetta del Mezzogiorno

 

L'intervista. La vocalist Cinzia Eramo.

Eramo: ma il jazz pugliese non ha il coraggio di puntare sui giovani talenti.

 

Puglia terra di jazz. Sono tanti i talenti espressi da questa terra che con il jazz ha stabilito un rapporto di grande affinità. A confermare la tendenza della Puglia come florida fucina di musicisti, è la cantante Cinzia Eramo (nata a Gioia del Colle) con la sua partecipazione al prestigioso "Premio Nazionale Massimo Urbani 2005", che si svolgerà il 23 e 24 settembre al Teatro Comunale di Urbisaglia (Macerata). Il Concorso quest'anno vede una rosa dei dieci musicsti al di sottto dei trent'anni: Leonardo Borghi (pianoforte), William Tatge (pianoforte), Giampiero Ingargiola (chitarra), Luigi Masciari (chitarra), Simone Crinelli (sax baritono), Andrea Pimazzoni (sax sax alto), Mauro Brunini (tromba), Antonio De Vito (sax tenore), Luigi Casale (sax alto)e a nostra Cinzia Eramo (canto). Oltre al pubblico, una giuria presieduta dal noto sassofonista Maurizio Giammarco assisterà nelle due serate alle esibizioni dei finalisti, accompagnati dal trio Paolo Birro (piano), Paolino Dalla Porta (contrabbasso) e Fabrizio Sferra (batteria).

L'ambizioso traguardo raggiunto dalla Eramo suggella una carriera artistica iniziata con lo studio del canto jazz con la cantante Gianna Montecalvo e proseguita con importanti musicisti (Sheila Jordan, Rachele Gould, Dave Liebman, Elisa Turlà e Michelle Hendricks) e, soprattutto, con Giorgio Gaslini nella partecipazione a recital "Ellington e dintorni". Importanti anche le sue partecipazioni ai progetti come Alea orchestra laboratorio di improvvisazione di Paolo Damiani e con la Meridiana Multijazz Orchestra.

Intensa anche la sua attività didattica in canto jazz e moderno all'Accademia di teatro, danza e musica UNIKA a Bari.

 

Eramo, cosa rappresenta per lei la partecipazione al "Premio Massimo Urbani"?

"E' un occasione grande ed un'ottima vetrina. Mi piacerebbe conoscere altri musicisti e partecipare a nuovi progetti per crescere artisticamente".

 

Quali composizioni presenterà al Premio?

"Sto lavorando per fare bella figura. Gli organizzatori mi hanno detto di preparare una rosa di sei brani e penso di scegliere tra autori come Mingus, Parker e Monk".

 

La Puglia da sempre propone straordinari talenti jazzistici.

"C'è un tradizione e una voglia unica di fare in Puglia, che coinvolge ottimi musicisti. A Milano, città in cui vivo, molti colleghi hanno grosse difficoltà, spesso sono costretti a spostarsi per centinaia di chilometri per provare. Ma è anche vero che c'è un forte bisogno di confronto con artisti e culture differenti, cosa che in Puglia accade raramente".

 

Cosa dovrebbe cambiare?

"Accanto ai grandi della generazione precedente, una maggiore presenza dei giovani musicisti. Forse, un ricambio generazionale sarebbe auspicabile, ma anche più fiducia nelle nuove generazioni. Penso alla mia collaborazione, nata in pochi secondi, con Giorgio Gaslini, quando studiavo ancora. Mi chiedo come mai queste cose non accadano in Puglia".

 

 

Nicola Morisco, La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 settembre 2005.

 

 

Luigi Guicciardini, Ritmo

 

Piano e canto: un ritorno all'antico, l'età del blues quando le stelle del jazz, di fronte a Sua Maestà il blues, osavano presentarsi umilmente, in una specie di nudità musicale vestita della sola forza del pathos, accompagnate, ma con parsimonia, o da un piano o da una tromba, magari grandissimi.

 

Cinzia Eramo riprende questa forma di espressione, rischiosissima in un contesto quasi del tutto improvvisato, dove sbagliare è come rasentare una tomba aperta, se non ci sia pronto un appoggio dietro il paravento di un gruppo. Per quasi tutto il disco, tuttavia, siamo quasi ben lontani dal clima, nero come il carbone, di quei lontani esempi, benché la Eramo abbia avuto il coraggio di cimentarsi in ben dieci classici, che possiamo pur chiamare standard (dato che standard significa anche classico) ma senza puzza sotto il naso. Il banco di prova è questo: si tratta di vedere che cosa l'artista sia in grado di trarne fuori.

 

Ebbene, la Eramo e il Lenoci, che con il suo tocco incisivo la spinge e la frena con mirabile tempestività, hanno fatto sbocciare un lavoro di esemplare equilibrio in forme e colori.

 

Certo, la ragazza ha una voce lucente e calda, con un'intonazione eccezionale anche nelle difficili note tenute, filate e smorzate, oppure sminuzzate in un cinguettio degno dell'indimenticabile Cathy Berberian, sull'orlo del recitativo, pur con qualche compiacimento nella bravura, che col tempo speriamo venga limato fino alla traspaarenza. Ma poi, quando arriva Nobody Knows You When You're Down And Out, di Ida Cox, uno dei blues più belli della storia (e dice tremende verità), cantato così, come una Bessie Smith più giovane e flessuosamente femminile, allora gridiamo eureka! qui c'è una cantante vera.

 

 

Luigi Guicciardini, Ritmo, 2004.

 

Angelo Leonardi, www.allaboutjazz.com

 

Di recente il pubblico del jazz (e dintorni) accoglie con favore le giovani cantanti, soprattutto se di gradevole aspetto, come dimostrano i successi di Diana Krall, Norah Jones, Rebekka Bakken eccetera. Anche se sul versante del fascino non avrebbe nulla da invidiare a queste vocalist le scelte espressive di Cinzia Eramo la collocano su un piano molto diverso e forse non è casuale che Spontaneous Conversation - uscito sul mercato già da qualche mese - abbia raccolto poche attenzioni critiche. Inciso in duo col bravo e sensibile pianista Gianni Lenoci, questo disco è l'esordio della giovane cantante di Gioia del Colle ed è il frutto di un intenso lavoro, più che decennale.

 

Allieva per sei anni di Gianna Montecalvo, Cinzia ha seguito seminari con cantanti e musicisti di primo piano, da Sheila Jordan a Dave Liebman, da Rachel Gould a Giorgio Gaslini. Con il pianista e compositore milanese ha collaborato a lungo (il recital "Ellington e dintorni") ed ha ampliato poi le collaborazioni professionali, lavorando con la Meridiana Multijazz Orchestra, con Roberto Ottaviano, Gaetano Partiplo, Pino Mazzarano ed altri.

 

"Il mio messaggio - dice la Eramo - si muove tra logica ed intuizione, tra notazione ed improvvisazione, tra la realizzazione compiuta di un brano ed il suo continuo evolversi creativo, tra una lingua concreta ed una lingua che articola enunciati astratti, dis-articolata, non-significante ma carica di senso emotivo ed emozionale".

 

Queste interpretazioni di undici famosi standard mostrano l'esigenza della cantante pugliese di confrontarsi con una dimensione vocale non appiattita sui modelli convenzionali: alla valorizzazione delle componenti liriche dei temi si affianca un lavoro di ricerca che ricorda a tratti Shelley Hirsch.

 

Qualcosa può apparire ostico (al gusto comune) e non tutte le scelte - a nostro avviso - sono consone alla sua struttura vocale (pensiamo a Nobody Knows You When You're Down And Out, dove il confronto con Bessie Smith e lo spirito del blues sono penalizzanti) ma i momenti felici non mancano.

È il caso, ad esempio, di Both Sides Now e Overjoyed esaltati dalle belle ombreggiature contralto della voce e dalla sua ricca sensibilità. Ancora pregevole è Slow Hot Wind, per il bel contrasto tra ricerca timbrica e abbandoni lirici; oppure l'accorato Soul Eyes ed il ricercato My Favorite Things.

Al di là di qualche riserva, il disco è un bell'esordio da apprezzare e Cinzia Eramo una vocalist intelligente, da sostenere.

 

 

Angelo Leonardi, www.allaboutjazz.com, agosto 2004.

 

ALIAS n° 21, supplemento culturale al Manifesto

 

Lenoci è da anni un pianista, compositore, didatta di riferimento per tutti coloro che amano il jazz nella sua interezza e nella sua proiezione verso i linguaggi di frontiera e di avanguardia; la vocalist Cinzia Eramo, che ha studiato con Giorgio Gaslini, è una bella rivelazione soprattutto per l'intesa assoluta con il pianista e per il lavoro operato sui materiali a volte consunti oppure patinati come gli standard.

 

Tra canzoni di Henry Mancini, blues di Ida Cox, brani jazzistici di Mal Waldron e Theloniuos Monk, divagazioni su Steve Wonder e Joni Mitchell, Cinzia Eramo e Gianni Lenoci dimostrano le infinite possibilità di un approccio creativo e straniante ai testi musicali, le loro insite possibilità rigenerative.

 

La sfida è quella di attingere a musiche molto note per intraprendere un viaggio iniziatico interiore e collettivo, intimo e pubblico che è, a volte, davvero esaltante. Le due versioni di My Favourite Things dimostrano da sole la validità del duo e del suo approccio. (Lo.)

 

 

ALIAS n° 21, supplemento culturale al Manifesto, 22 maggio 2004.

 

Jerome Wilson for Cadence, New York

 

Is a much more intimate session, just piano and voice, the kind of work that crosses the line into art music. This is a nice combination of crabbed piano and vocal gymnastics that range from broad, operartic arias to buzzing and barking noises.

 

Cinzia Eramo has a pretty, high voice well used on all sorts of swoops and dives as well as conventional singing. "Slow Hot Wind" is a creepy display of spiky, cat-like vocal noises, and, on the old blues "Nobody Knows You" her gutsy singing is both salty and coquettish all at once. She is particularly murderous running through Thelonious Monk's work, especially an amazing a cappella jaunt on "Rhythm-a-ning".

 

Pianist Lenoci is versatile as well. He plays sometimes straight, sometimes abstract and even, on occasion, goes to plucking the piano strings. He is a very good at grounding Eramo's siren song when not running off into his own cockeyed world. The two versions of "My Favourite Things" are prime examples of how they work together.

 

Eramo does dazzling vocal pirouettes which Lenoci meets with tiny filigrees of sound, dampened notes and icy atonality. These two make an enticing blend of theatrics, warmth, and random madness. They're on of the most fascinating piano-vocal duos to come along in a while.

 

 

Jerome Wilson for Cadence, New York, february 2004.

 

Flavio Massaruto, Jazzit n°20, gen/feb 2004. 

 

Cinzia Eramo, nonostante la giovane età, può già vantare illustri collaborazioni, tra cui quelle con Giorgio Gaslini, Paolo Damiani, la Meridiana MultiJazz Orchestra di Pino Minafra, Roberto Ottaviano, Nicola Pisani, Vittorino Curci e con il pianista Gianni Lenoci.

 

Con quest'ultimo firma il suo esordio discografico, che conferma l'assoluto interesse della scena pugliese, in cui i due musicisti operano, dove si fa un jazz coraggioso, inserito nel presente e rivolto al futuro.

 

Questa serie di re-interpretazioni di brani per lo più celebri ne sono l'esempio. La visuale si estende dal bop di CONFIRMATION e WELL YOU NEEDN'T, a song di Joni Mitchell e Stevie Wonder, fino al blues NOBODY KNOWS YOU WHEN YOU'RE DOWN AND OUT.

 

Magnifiche le due take di MY FAVOURITE THINGS con un'introduzione ed esposizione tematica distillata, estraniata e piena di chiaroscuri e un'improvvisazione senza deferenze. Notevole anche una versione non accompagnata di RHYTHM-A-NING. Da seguire.

 

 

Flavio Massaruto, Jazzit n°20, gen/feb 2004. 

 

Giorgio Gaslini, note di copertina per "Spontaneous Conversation"

 

Nel mondo del jazz degli anni 2000 soffia un vento di restaurazione. Il nuovo ritorno al bebop ed al mainstream è un sintomo strano: sembra che i grandi rinnovamenti degli anni '60, ovvero l'apertura al free e poi i decenni successivi di straordinarie proposte europee, decisamente le più originali, che hanno messo a fuoco comportamenti di "composizione istantanea" solitaria o di gruppo, sembra siano esperienze non comprese nè tanto meno "utilizzate.

 

Che fare? Ecco che paradossalmente il campo, oggi, si è aperto alle proposte più coraggiose dei singoli artisti. E' il caso emblematico di questa impresa creativa di Cinzia Eramo e Gianni Lenoci.

 

Lenoci è pianista, compositore di assoluta preparazione musicale e di sicuro talento jazzistico, musicista proteso verso il futuro, consapevole delle scoperte tecniche apparse tra il jazz e il free jazz.

 

Cinzia Eramo è una voce tra le più dotate ed interessanti della nuova leva italiana degli anni 2000.

 

Insieme lavorando sui songs e sui temi della grande tradizione moderna, non hanno imboccato la strada della consuetudine interpretativa, ma al contrario hanno messo a fuoco una intesa estrema che ha permesso loro di trasformare questi "materiali di lavoro" in piccole gemme di "estraneazione" creativa, in brani autonomi impregnati di tradizione e di ricerca "futuribile" tutta europea, e più ancora italiana, mediterranea.

 

Un lavoro esemplare sotto tutti gli aspetti, degno di essere diffuso e conosciuto con tutti i mezzi oggi a disposizione.

 

 

Giorgio Gaslini, note di copertina per il disco "Spontaneous Conversation", luglio 2003.

 

Marco Losavio, www.jazzitalia.net

 

E' un piacere personale ascoltare questa opera prima di Cinzia Eramo. Avendo avuto la possibilità di seguirne da vicino la sua crescita artistica, posso testimoniare innanzitutto l'assoluta serietà con cui ha sempre affrontato il canto unendo alla dedizione di uno studio rigoroso della tecnica anche tanta passione. In questo CD mi ha subito colpito la scelta dei brani che rispecchiano la visione che Cinzia ha della musica, senza limiti e confini, con al primo posto la carica emotiva che ogni istante di musica deve poter infondere in chi lo produce e in chi l'ascolta.

 

Il primo brano, Slow Hot Wind di Henry Mancini, celebre l'interpretazione della grande Sassy, mette subito in evidenza l'ossatura attorno alla quale il duo si muoverà per il resto del disco: gran rispetto delle melodie esposte in alcuni casi addirittura con "rigore", per poi dare sfogo ad un livello improvvisativo molto spontaneo in cui entrambi i musicisti cercheranno di rincorrersi individuando dei percorsi comuni, delle spontanee conversazioni. Dicevamo di gran rigore ed il secondo brano Confirmation ne è la prova. Pronunciare molto bene il difficile testo di Sheila Jordan, con una scansione sillabale ritmicamente molto valida, su un brano del genere, è già di per se una bella prova di rigore. L'improvvisazione che ne segue è poi effettuata secondo lo stilema del miglior scat vocale. Gianni Lenoci, con un inizio vagamente Jarrettiano, riesce a rimanere essenziale ma saldamente ancorato alla struttura in modo da fornire alla voce un supporto eccellente.

 

Un ottimo controllo della dinamica è evidente nella splendida Soul Eyes di Mal Waldron. Memorabile nelle versioni di Coltrane e Urbani, Cinzia Eramo ne scrive il testo e interpreta la melodia con classe. Grazie ancora al supporto di Lenoci riescono poi a dilatare leggermente l'armonia sul finale in modo da giungere originalmente al termine.

 

Segue My Favourite Things. Dopo la versione di Coltrane si è capito che su questo "valzerino" si può andare oltre. Cinzia Eramo e Gianni Lenoci lo sanno e impostano il brano su uno schema atto a fornire ad entrambi l'opportunità di immergersi in uno spazio senza gravità. C'è inizialmente una ricerca di "possessione" della melodia fino a librarsi in questo spazio ottenendo una pregevole escursione free in cui emergono tecnicismi finalizzati ad una espressività interiore.

 

La bellezza del tema di The Island di Ivan Lins viene gradevolmente trasmessa dalla voce di Cinzia Eramo che la espone in modo impeccabile. Dopo un bel solo di Lenoci e la ripresa del tema entrambi si avviano verso una improvvisazione dal climax indiano con Lenoci che utilizza direttamente le corde del piano per ottenere un suono quasi simile al sitar e sboccia così, in modo velato e spontaneo, il tema di Vashkar di Carla Bley.


Omaggiare Monk non è semplice per nessuno e Cinzia Eramo lo fa attraverso due composizioni meravigliose: Well You Needn'tRhythm-a-ning. La prima si avvia in modo canonico con un anima bop per poi terminare scomponendosi sempre più verso il finale quasi lasciandola frenare al termine della sua naturale inerzia, mentre la seconda è eseguita solo dalla voce. Su Rhythm-a-ning Cinzia Eramo, solitaria, mostra un controllo ritmico valido e delle idee improvvisative molto interessanti. Ancora una volta si evince l'uso dello strumento vocale che riesce ad andare oltre il "semplice" cantare.

 

Overjoyed di Stevie Wonder. Non c'è una ragione particolare per la scelta di questo brano se non per il fatto che è stupendo. Infatti non ha un legame con alcunchè del mondo del jazz ma possiede una melodia che trasmette un gran senso di pace, e per chi lo conosce nella versione originale senza dubbio non può non associare la grande voce di Stevie Wonder a queste mirabili escursioni armoniche. Cinzia Eramo ne fa un suo personale tributo sicuramente perchè ama questo brano. Lo espone con rilassata tranquillità su una base pianistica costante, ma verso la fine si riserva un suo contributo speciale, duettando ancora con Lenoci alla ricerca di una propria anima musicale.

 

Non poteva mancare Joni Mitchell con Both Sides Now brano che la cantante canadese ha pubblicato nel famoso Clouds nel 1969. Un altro tributo quindi ad una cantante, musicista, compositrice bianca che ha sicuramente lasciato un'impronta di grande spessore.

 

Nobody Knows You (when you're down and out) è un grande standard blues eseguito da molti artisti anche se rimangono indimenticabili le interpretazioni delle grandissime Bessie Smith e Nina Simone. La versione di Cinzia Eramo ha un ritmo un po' dilatato e una tonalità in cui la voce si assesta in modo deciso, squillante, energico e trasmette quella carica mista a rabbia che nei blues è fondamentale e che solo le voci nere riescono a farlo in modo assolutamente naturale.

 

In conclusione un CD d'esordio che pone sicuramente l'accento sulla voce e che vede il piano come gregario anche se, conoscendo il pianismo di Gianni Lenoci, si scorgono molti dei suoi elementi tipici che hanno così contribuito in modo silenzioso ma importante al risultato finale. Complimenti a questa giovane jazz-singer che sicuramente ha tra le sue principali qualità quella di non fermarsi mai e di scoprire dove sono gli aspetti più nascosti dello strumento voce partendo sì dalla grande lezione della storia per poi però strizzare l'occhio anche all'innovazione mostrando il desiderio di ricercare da subito una propria identità.

 

 

Marco Losavio, www.jazzitalia.net, luglio 2003.  

 

Nicola Gaeta, Corriere del Mezzogiorno

 

Cinzia Eramo, esordio discografico all'insegna dell'ottimismo.

 

Il dibattito sulle qualità necesssarie per essere un buon cantante i jazz è sempre aperto. E l'uso della voce nel jazz è uno degli esercizi più difficili perché il cantante oltre ad assimilare le caratteristiche di base che rendono un pezzo fruibile (swing, sincope, improvvisazione) deve anche imparare a sviluppare una voce che sia identificabile e personale. E' un concetto che vale per tutti gli strumenti solisti (sassofoni, trombe, clarinetti, flauti) che altro non sono che elaborazioni meccaniche della voce umana, dalla quale imparano a sviluppare quella che si chiama personallità del musicista. Ed è anche lo stesso motivo per cui molti cantanti dicono di considerare le voci come dei veri e propri strumenti.

 

E' il caso di Cinzia Eramo, da Gioia del Colle, che riferendosi alla grande tradizione americana del jazz ha sviluppato nel tempo una voce che le consente di spaziare con versatilità tra i repertori più vari, dal bop, al blues, al soul. Giovedì sera, proprio a Gioia nel cortile del Castello Normanno-Svevo, è stato presentato il suo CD d'esordio, Spontaneous Conversation, inciso in coppia con il pianista Gianni Lenoci pubblicato dalla Splasc(h) Records.

 

E' un disco che realizza un intimismo quasi crepuscolare rielaborando una serie di standard del jazz (My Favourite Things, Well You Needn't, Rhythm-a-ning) e del pop (Overjoyed di Stevie Wonder, Both Sides Now di Joni Mitchell) con un guizzo improvvisativo dall'eleganza inconsueta. In questo l'apporto di Gianni Lenoci ha avuto un ruolo importante. "Ho cercato di mantenere un'identità da pianista tradizionale - racconta Lenoci - da accompagnatore, avendo riferimenti come Mal Waldron ad esempio, cercando nello stesso tempo di non snaturare la mia ricerca sul linguaggio. Alla fine armonicamente mi sono mosso in maniera assolutamente libera". La sfida del lavoro è quella di inniettare delle soluzioni legate all'avanguardia, quali l'improvvisazione totale oppure la completa riarmonizzazione dei brani, su materiale considerato alla stregua di classici. "Il colore generale - continua Lenoci - è quello dell'intimismo, del tardo romanticismo. Lavorando su quello che ormai considero un materiale classico ho voluto ricreare delle atmosfere vicine a quelle del canto da camera tardo ottocento anche se , ovviamente, mi sono parecchio evoluto".

 

Il degno supporto ad una cantante, Cinzia Eramo, molto dotata giunta al suo disco d'esordio dopo la proficua collaborazione con musicisti importanti come Giorgio Gaslini.

 

 

Nicola Gaeta, Corriere del Mezzogiorno, 26 luglio 2003.

 

Ugo Sbisà, La Gazzetta del Mezzogiorno

 

Eramo alla prova del blues:

"Il mio messaggio si muove fra logica e intuizione, tra notazione e improvvisazione, tra la realizzazione compiuta di un brano e il suo continuo evolversi creativo". E' una dichiarazione di programma impegnativa quella della vocalist gioiese Cinzia Eramo. Giovane talento del canto jazz, reduce da un intenso tirocinio milanese che l'ha vista impegnata al fianco di Giorgio Gaslini, la Eramo debutta adesso discograficamente con Spontaneous Conversation, primo album a suo nome - edito dalla Splasc(h) di Peppo Spagnoli - nel quale dialoga con il pianoforte di Gianni Lenoci. E, cosa da non sottovalutare assolutamente, è proprio Giorgio Gaslini a siglare le note di copertina sottolineando come ritenga la Eramo "una delle voci più dotate ed interessanti della nuova leva italiana degli Anni 2000" e aggiungendo che i brani inseriti nel cd sono impregnati "di tradizione di ricerca futuribile tutta europea e più ancora italiana, tutta mediterranea".

 

Ascoltando attentamente la Eramo, non è difficile cogliere i legami con una tradizione che esalta la purezza della melodia, senza rinunciare ad ammantarla di chiaroscuri introspettivi, ad arricchirla di impennate creative tese a dilatare i canoni tradizionali della forma canzone. Un tipo di procedura che, in questo caso, risulta decisamente agevolata dalla presenza di Gianni Lenoci, pianista sicuro ed affidabile, profondo conoscitore dei segreti dell'armonia, ma al contempo sperimentatore il cui acume intellettual e la cui curiosità costituiscono i migliori complementi per chi - in questo caso la Eramo - partendo dalla tradizione desideri azzardare delle sortite "senza rete". In questo caso, fra gli undici brani che costituiscono la scaletta del disco, è indubbiamente significativo My Favourite Things, il tema di Rodgers & Hammerstein che una storica interpretazione di Coltrane aveva quasi messo off limits per chiunque. La Eramo e Lenoci (che lo propongono in due takes diversi) partono dalla semplice, elegante esposizione, per subito dopo muoversi in un dedalo di sperimentazioni decisamente intriganti.

 

Più in generale, nello scegliere i temi del disco, la Eramo si è mossa abilmente tra ballad come la celebre Soul Eyes di Mal Waldron, Slow Hot Wind di Henry Mancini o The Island del brasiliano Ivan Lins che esaltano i toni caldi della sua voce espressiva e brani invece dal maggiore impegno interpretativo. E' il caso ad sempio del parkeriano Confirmation, il cui tema bizzarro e la cui metrica la impegnano in un non difficile esercizio di dizione e di intonazione, prima che di improvvisazione. Ma la prova migliore in questo ambito ci viene di monkiani Well You Needn't che ben presto si trasforma in un labirintico scioglilingua melodico ed armonico e da Rhythm-a-ning che è invece una solitaria e gustosa galoppata vocale.

 

Da un repertorio non propriamente jazzistico provengono invece Overjoyed di Stevie Wonder e Both Sides Now di Joni Mitchell, due ballate estremamente ispirate nelle quali la Eramo non manca comunque di sfoggiare una tecnica e un'inventiva che, per molti versi, potrebbero ricordare Maria Pia De Vito, ormai giustamente considerata una capscuola del nuovo canto jazz in Italia.

 

E, ovviamente, non poteva mancare la prova del blues che per una cantante che si rispetti, rappresenta da sempre l'impegno più duro, quasi una prova del nove. La Eramo ha scelto per l'occasione Nobody Knows You When You'r Down And Out di Ida Cox, raggiungendo dei risultati più che soddisfacenti in quella sapiente combinazione di tradizione e di ricerca rimarcata dallo stesso Gaslini.

 

Un'opera prima che promette bene allora e lascia ben sperare per il futuro musicale della Eramo, artista di talento che al già duro mestiere del jazz deve aggiungere l'aggravante di aver scelto la voce come strumento.

 

 

Ugo Sbisà, La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 luglio 2003.